
Nel frastuono della Rete, qualche volta, parlando di Web 2.0 tendiamo a concentrarci sul funzionamento delle tecnologie perdendo di vista la materia prima del lavoro di un comunicatore o di un volontario in cerca di attenzione, di fondi o di partner per nuovi progetti: l’informazione.
L’informazione – almeno nella comunicazione fra esseri umani – è sempre veicolata tramite storie: narrazioni buone o cattive con un inizio, uno svolgimento e una coda… un finale che può essere “aperto” o “chiuso”. Gran parte delle storie che le associazioni nonprofit raccontano per procurarsi forze e consensi hanno finali “aperti”: chi legge sente così di possedere una delle chiavi necessarie per scrivere il finale di quella specifica storia che tanto lo ha coinvolto. Il comunicatore si trova quindi a conquistare il potenziale partner o donatore anche grazie a una valida narrazione, proprio come uno scrittore deve appassionare i suoi lettori.
Gli esempi di nonprofit storytelling si sprecano (basta pensare a una qualunque campagna per la ricerca fondi), perciò qui ci limitiamo a ricordare l’iniziativa di fundraising attuata da Beth Kanter di cui abbiamo parlato giusto qualche post fa. Era un caso di fundraising tutto giocato sulle opportunità del Web 2.0, ma anche fondato su una forte componente narrativa.
Qui trovate alcuni spunti su un argomento che al corso di web writing a Milano abbiamo in qualche modo sfiorato. Dell’importanza di storie che funzionano parlano per esempio Fabio Latino su Vita, Nancy Schwartz su Gettingattention.org (se volete scaricate gratis il volume sulle tagline per il nonprofit: praticamente un manuale sul grado-zero di una storia). Qui invece potete leggere un intervento-recensione di Joanne Fritz nato dalla lettura del libro Mobilizing Generation 2.0: A Practical Guide to Using Web 2.0.
Insomma, materiale non manca.
Luca Muchetti, Cisvol
Potremmo scriverle
Nancy Schwartz avrebbe enormi probabilità di maggior successo togliendo la sua immagine dal sito. Di sicuro pero’ richiama attenzione..